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Editoriale

Giovanni Mazzitelli: " Bisogna raccontare la pallanuoto nel modo giusto. Più! Più! Più! nasce dal lascito di papà  Rosario"

  Pubblicato il 01 Set 2126  16:47

Raccontare la realtà vissuta come passione familiare rappresenta, molto spesso, uno dei modi più appropriati per lasciare una traccia significativa del proprio passaggio alle future generazioni. Conoscere la storia passata rappresenta la base di partenza per proiettarsi verso la costruzione di un futuro vincente. Il regista Giovanni Mazzitelli, figlio dell'indimenticato dirigente partenopeo Rosario, indelebile bandiera per decenni del Circolo Canottieri Napoli, ha realizzato un docufilm dal titolo Più! Più, Più! che costituisce la significativa testimonianza della storia vincente della pallanuoto nella città di Napoli e lo sprone più significativo per raccontare uno sport così appassionante nel modo più bello e stimolare i giovani ad avvicinarsi alla pratica della waterpolo. La pallanuoto ha bisogno di essere raccontata con sana passione e verace genuinità. L'opera è stata presentata nell'ultima edizione del festival del cinema di Giffoni.
 
Come e quando nasce l'idea di realizzare Più! Più, Più!
L’idea nasce nel 2018 con mio padre Rosario. Ci venne in mente di realizzare un doc sulla storica tradizione partenopea di pallanuoto. Poi accantonammo il progetto perché in quel momento c’erano alle porte le Universiadi, oltre ad altri progetti imminenti e più impegnativi. Poi il covid ce lo porto via alla fine del 2020 e sono stati anni molto complessi senza di lui. Fino al 2023 quando Gennaro Fasolino, uno dei migliori produttori esecutivi italiani e produttore creativo del documentario, mi chiese cosa ne avessi fatto dell’idea del documentario. Da lì, prima con l’appoggio sportivo di Paolo Trapanese e poi con quello produttivo di Eduardo Angeloni, con la sua An.Tra.Cine, siamo riusciti a creare una struttura progettuale significativa, tanto da essere supportati anche dalla Regione Campania e dalla Film Commission sia in fase di sviluppo che di produzione e, grazie ad un granitico lavoro continuo con Gennaro, siamo riusciti a creare un progetto di grande valore artistico e storico, tanto da arrivare fino alla 56ma edizione del Festival di Giffoni. 
 
Quanto ti inorgoglisce essere riuscito a realizzare un'idea progettata insieme a tuo padre?
Più che insieme sono riuscito a realizzarlo grazie al suo lascito. Ancora oggi, a quasi 6 anni dalla sua scomparsa, il suo lavoro mi viene ricordato con encomi (distanti dalle affermazioni di circostanza), da tutti i protagonisti della pallanuoto che ho incontrato ed intervistato. Le più grandi capacità di Rosario sono state quelle di riaccendere i riflettori su uno sport che si trovava in forte impasse comunicativo  nonostante la sua storia e, soprattutto, di fungere da connettore tra circoli e personalità che avevano difficoltà a dialogare con consuetudine. Sicuramente, senza il suo aiuto, nessuno mi avrebbe concesso di accedere ad una tradizione così ricca. Del resto Paolo Trapanese lo aveva capito prima di tutti e aveva insistito per averlo fin da subito al suo fianco come responsabile della comunicazione delle attività natatorie campane.

In che misura diventa importante, per i ragazzi che oggi si avvicinano a questo sport, raccontare la storia vincente della pallanuoto campana?
Non c’è stimolo più grande per un ragazzo che riconoscersi nella vittoria. Soprattutto nel mondo di oggi, è molto più facile affascinare i ragazzi attraverso storie di successo. Da questo punto di vista la pallanuoto campana ne è piena. Certo non va dimenticato l’enorme sacrificio che richiede, ma non bisogna nemmeno essere presuntuosi e non ricordare che ogni sport è sintomo di sacrificio. Il problema è che, con il solo sacrificio non si possono affascinare i giovani, soprattutto oggi che sono vessati su più fronti da un mondo che li spaventa. La loro attenzione viene stimolata attraverso l’intrattenimento e sono stato testimone di riuscire a catturarla con la telecronaca della vittoria della Coppa dei Campioni della Canottieri o con il palmares di Pino Porzio che, da solo, parla di vittorie che sono più uniche che rare. I giovani devono giocare a pallanuoto sognando campionesse e campioni epici, come quelli che abbiamo avuto fino a poco tempo fa. Del resto il calcio ha fatto la stessa cosa, oggi si guarda con approccio epico alla vittoria del campionato o della champions, perché la televisione ha divinizzato i calciatori. Si potrebbe fare con qualsiasi sport, in alcuni sottolineando la complessità del gesto tecnico, in altri lo strapotere fisico ed in altri ancora quello mentale. Amiamo gli sportivi quando assomigliano a degli eroi, anche se non sono troppo vincenti, altrimenti anche quelli più medagliati vengono dimenticati.

 
Che tipo di emozione ha rappresentato la presentazione del docufilm in un evento così prestigioso come il Festival di Giffoni?
Mi ha restituito il senso di un grande lavoro di squadra. Quando ho iniziato questo lavoro avevo solo un collega di pari esperienza (Alessio Perisano) che mi seguiva oltre Gennaro, tutti gli altri erano miei ex allievi che avevo portato con me in questo ambizioso progetto. Rivederli a Giffoni da protagonisti mi ha dato la giusta dimensione di un altro aspetto a me molto caro, il senso di appartenenza al gruppo in crescita. Quelli che un tempo erano ex allievi, sono diventati 3 anni dopo dei giovani professionisti che lavorano nell’audiovisivo a progetti miei e di altri colleghi. In tal senso l’emozione più grande è stata potergli dimostrare che anche un piccolo progetto realizzato con una struttura di forte artigianato di qualità può giungere ad un grande palcoscenico se si lavora con costante abnegazione e, appunto, sacrificio. In un certo senso è esattamente quello che hanno sempre fatto i grandi club di pallanuoto campana, le squadre campionesse d’Italia e d’Europa erano formate da giovani cresciuti nelle giovanili e non da pallanuotisti acquistati all’estero. Mi concederai questo parallelismo molto romantico.
 
Qual è il primo ricordo che conservi il tuo legame con la pallanuoto?
Il titolo del doc. E’ per questo che l’ho chiamato così. Quando mio padre mi portò a vedere la mia prima partita ero poco meno che un adolescente e non capivo il fervore nel ripetere quella parola con ossessione “Più! Più! Più!”. Quando ho capito che si riferiva al contropiede con uomo in più e si chiamava controfuga, ho detto “che titolo straordinario per un lavoro sulla pallanuoto”. Non sapevo che ne avrei fatto un documentario. Ma poi è andata esattamente così. Può apparire po’ profetico ma è davvero il mio primo ricordo. 
 
Da osservatore esterno che cosa credi possa essere necessario alla pallanuoto napoletana per tornare ai fasti di un tempo?

Alla pallanuoto serve essere raccontata in modo giusto. Tutto può essere noioso se raccontato male, anche l’Odissea. Se la racconti bene invece può addirittura incassare un miliardo di dollari al cinema. La differenza è tutta lì. Non è “cosa” ma  “come” l’unica grande risposta in marketing e pubblicità. E quando si parla di marketing e pubblicità si parla di comunicazione. E’ il “come” si racconta la pallanuoto ed i pallanuotisti che può salvare questo sport, non il fatto che uno scudetto sia vinto da più squadre diverse o che ci siano sponsor che permettono di comprare più giocatori stranieri. Prova a mostrare in un video di Geolier un giocatore di pallanuoto che si allena e guarda se non ti sembra di vedere Rocky che sale le scalinate di Philadelphia. Il giorno dopo avresti almeno cento iscritti in più nella sola napoli, ai corsi under 14 di pallanuoto.

L'apporto dei diversi campioni intervistati quale contributo offre alla realizzazione del progetto?
Unico. Ciò che dicono è fondamentale. Certo, sono animati da idee comuni, perché nella vittoria, spesso, ci si ritrova in percorsi simili, però, grazie al montaggio sono riuscito a sintetizzare un loro filo rosso comune necessario a raccontare questa storia. O almeno credo. Dovranno dircelo gli spettatori quando lo vedranno…