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Editoriale

Felugo: "Le nazionali giovanili devono formare il giocatore. Non bastano solo i collegiali"

  Pubblicato il 20 Ago 2126  12:45
 
Nelle imminenze della partenza dei Giochi del Mediterraneo e a poche settimane dall'inizio di una nuova stagione, il presidente della Pro Recco Maurizio Felugo offre un'interessante panoramica sul momento della pallanuoto italiana soffermandosi su un'annata molto particolare per i prossimi appuntamenti del Settebello, sul percorso delle nazionali giovanili e su quanto attende la formazione allenata da Sandro Campagna in vista di 2027 si presenta davvero impegnativo.
 
In che misura una stagione compressa a causa dei diversi impegni della nazionale può essere strutturata in modo da rendere più accattivante l'interesse verso il torneo?
Sarà un anno particolare, caratterizzato da due pause nei mesi di gennaio e febbraio e da una conclusione della stagione anticipata, a metà maggio, un fatto insolito. Credo che, nella costruzione del calendario, la priorità debba essere sempre rappresentata dai playoff/playout, che sono la parte più bella e coinvolgente del campionato.
Negli ultimi anni, finalmente, abbiamo superato la formula della Final Six o della Final Eight in sede neutra, che a mio avviso finiva per mortificare le società e il campionato stesso, oltre agli sponsor che investono proprio per ottenere visibilità. I playoff/playout, invece, riportano le partite decisive nelle piscine dei club: generano interesse, portano pubblico sugli spalti e rappresentano anche un’importante opportunità di incasso per le società.
C’è poi un aspetto prettamente sportivo da non sottovalutare: giocare partite da dentro o fuori, con pressione, pubblico e obiettivi importanti in palio, è fondamentale per la crescita dei giocatori, soprattutto dei più giovani. Da questo punto di vista, credo che una partita di playoff abbia un valore formativo decisamente superiore rispetto a una gara di regular season. Per questo penso sia fondamentale tutelare e valorizzare il più possibile questa fase del campionato.
 
Che tipo di valutazione possiamo esprimere sul percorso formativo intrapreso dai giovani azzurri nelle diverse rappresentative di categoria?
Si sono appena conclusi i Campionati Europei Under 20 e l’Italia è riuscita a salire sul podio, mettendosi alle spalle nazionali di grande tradizione come Ungheria, Grecia e Serbia. È un risultato importante, perché l’Under 20 rappresenta l’ultimo gradino del percorso giovanile prima del Settebello: significa che c’è una generazione di giocatori che, in prospettiva, può contribuire in maniera importante al ricambio della Nazionale maggiore. L’anno scorso gli Under 16 hanno vinto l’oro agli Europei, ma al di là dei risultati, che in alcuni casi a livello giovanile ci hanno visti lontani dal podio, penso sia doveroso fare due considerazioni generali.
La prima è che, tra i 14 e i 18 anni, la crescita di un atleta non è affatto lineare: in poco tempo valori, gerarchie e caratteristiche fisiche, possono cambiare molto velocemente portando un ragazzo a compiere un salto di qualità importante così come ad interrompere la sua crescita. Il solo talento poi non basta, deve essere supportato da qualità mentali, da strutture adeguate, da un contesto che lo sostenga nel modo giusto.
La seconda riflessione vale per le Nazionali così come per i club: vincere a livello giovanile è certamente importante e gratificante, ma non può essere l’unico parametro con cui valutare il lavoro svolto. Il vero obiettivo sportivo di un settore giovanile deve essere quello di formare giocatori pronti per il livello più alto: per un club significa portarli in prima squadra, per le Nazionali significa creare atleti in grado, un giorno, di indossare la calottina del Settebello e di essere protagonisti a livello internazionale.
 

IL CAR SPAGNOLO COME MODELLO DI RIFERIMENTO


Quali sono le principali differenze con le altre nazioni a livello giovanile?
La principale differenza è che molti Paesi europei stanno andando verso il modello spagnolo, i Car, i Centri di alto rendimento nei quali i talenti vengono riuniti fin da giovanissimi e crescono seguendo una linea tecnica comune, che parte dalla Nazionale maggiore e coinvolge l’intero percorso delle selezioni giovanili. È un sistema certamente favorito dal fatto che, in questi Paesi, la pallanuoto è concentrata soprattutto in una città - Barcellona, Belgrado, Budapest, Atene - ma il punto centrale è che i ragazzi hanno la possibilità di lavorare insieme con maggiore continuità. Non si possono pretendere risultati e vittorie avendo a disposizione appena qualche settimana di ritiro. In Italia abbiamo numerosi centri federali, distribuiti da Nord a Sud, che sarebbero ideali per sviluppare un progetto simile. Credo che, lavorando con continuità, programmazione e una visione tecnica comune, un modello di questo tipo potrebbe dare risultati eccezionali nel lungo periodo.

Quali potrebbero essere i passi più opportuni per strutturare un grande 2027 per il Settebello che deve provare a centrare fin da subito la qualificazione per Los Angeles?
Abbiamo un allenatore come Sandro Campagna che guida il Settebello da 18 anni e conosce perfettamente il percorso da seguire: non mi permetto certamente di dare consigli a chi ha la sua esperienza e competenza.
Quello che posso fare, invece, è analizzare alcuni dati. L’Italia è l’unico Paese ad avere tre squadre di club nella top 10 del ranking di European Aquatics: Pro Recco, Brescia e Savona. Negli ultimi sei anni la Pro Recco ha disputato sei finali europee, cinque di Champions League e una di Euro Cup, mentre Brescia e Savona hanno dimostrato a loro volta di poter competere ad altissimo livello. I numeri del ranking ci dicono quindi una cosa: il campionato italiano, almeno per quanto riguarda il vertice, è il più competitivo d’Europa. A suffragare quanto detto, va ricordata la vittoria della Conference Cup da parte della De Akker Bologna, un altro fantastico risultato in campo europeo dei nostri club.
C’è poi un ulteriore numero che considero significativo: Pro Recco e Brescia, entrambe tra le prime otto squadre nell’ultima edizione della Champions League, avevano complessivamente 21 giocatori italiani su 28, quindi il 75%. È una percentuale molto alta, soprattutto se confrontata con quanto accade nelle rose di top club italiani di altri sport. L’Italia è stato l’unico paese a portare due squadre tra le prime otto della Champions League.
Per questi motivi io rimango molto fiducioso: credo che il materiale umano a disposizione della Nazionale italiana sia di grande qualità.